Accettazione e dolore

Durante il mio imprevisto soggiorno ospedaliero – tuttora in corso – ho avuto l’occasione di parlare con uno psicologo che lavora nel reparto e, come era prevedibile, gran parte della conversazione ha visto protagoniste le mie bimbe e la situazione che viviamo.

Parla parla, ascolta ascolta, è venuto fuori un argomento al quale mi sembra interessante accennare: il rapporto tra l’accettazione e il dolore, due cose distinte ma alle quali si tende a dare un unico spazio ristretto, come se la presenza dell’una dovesse comportare l’assenza dell’altra. Ossia, per andare nel concreto: se hai accettato la sindrome di Angelman, non ne soffri. Se ne soffri, vuol dire che non l’hai accettata.

In realtà a quanto pare non è proprio così. Io, per esempio, son sicura di essermi incamminata lungo un percorso di accettazione, lo vedo da quel che provo, da come ho imparato a viverla, da quello che penso. Parlo di percorso, come al solito, perché come sono cambiata finora so che cambierò ancora e non penso di essere troppo ottimista se dico che le cose hanno ancora un gran margine di miglioramento.

Tutto ciò non significa, però, che io abbia abbandonato la speranza nella guarigione della mia piccola, che io abbia smesso di desiderare il meglio per lei e per noi. Sentirsi tristi, provare dolore, piangere, rientra nel gioco delle cose. Può essere un dolore rabbioso – spesso è così che lo leggo nelle parole di altri genitori – può essere un dolore più pacato, che però ha la stessa necessità di essere espresso e non soffocato. E non c’è niente di sbagliato nel provare dolore, nel sentire il peso di una condizione non desiderata.

Ecco, oggi ho in mente questo snodo, questo rapporto tra accettazione e dolore che non avevo ancora ben focalizzato nella mia mente e che invece meritava una riflessione. Mi fa piacere aver avuto l’occasione di pensarci su, guidata da chi affronta questi temi per mestiere, tanto la villeggiatura forzata non è finita e non finirà oggi, perciò tanto vale provare a trarne pensieri utili, oltre che rimettersi in sesto (che sarebbe anche ora).

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