Ora tocca a te, auguri!

Mano in attesa

Avevo un amico che al lavoro veniva sistematicamente trattato male da una delle sue titolari. Non lo insultava, ma gli imponeva i turni peggiori e i compiti più ingrati e una volta gli disse anche il perché. La sostanza era questa: “quando ho iniziato a svolgere questo lavoro i miei responsabili mi trattavano malissimo ed ero sottopagata. Tu qui stai molto meglio di come stavo io, è giusto che subisca anche tu”. Una confessione che mi ha fatto riflettere, è noto il meccanismo per cui chi subisce qualcosa tende a volerlo far subire anche agli altri. Ma in realtà non per tutti funziona così: Leopardi diceva che per diventare empatici con chi soffre bisogna aver sofferto a propria volta.
Mi chiedo: perché qualcuno che subisce un trattamento ingiusto desidera che anche altri lo subiscano e perché, invece, qualcun altro, proprio perché l’ha provato sulla propria pelle, non vuole che altri lo vivano? C’entra con la sensibilità? Io non lo so.

Ho avuto modo di sentire e leggere dichiarazioni da parte di genitori “anziani”, ossia di genitori che hanno figli Angelman adulti, che mi hanno spiazzata. Nella mia ingenuità mi aspettavo che chi avesse esperienza nella gestione della Sindrome fosse prodigo di consigli e attenzioni per i nuovi arrivati, proprio perché consapevole della sofferenza e delle difficoltà che stavano vivendo. E invece ho trovato invidia – perché oggi ci sono più informazioni, più consapevolezza e più centri di riferimento – e persino malignità, espressa soprattutto in auguri frettolosi velati di noncuranza, o persino di cinismo, e nell’annientamento di ogni speranza.
Ho trovato anche gentilezza, ho trovato disponibilità ma – sarà che il bene fa meno rumore – le ho trovate in numero nettamente inferiore.
Io capisco che anni e anni di dolore, anni di speranze sfumate, anni di battaglie su tanti fronti possano aver stremato le persone. Anzi, non lo capisco, perché non l’ho provato. Diciamo che provo a immaginarlo. Però non credo che vomitare addosso agli altri il proprio dolore, persino mascherandolo da carità, possa far stare meglio. Forse è l’unica cosa che si riesce a fare, ma di certo non è una soluzione.
Tornerò sull’argomento ma spero di riuscire a dire cose diverse. Spero di aver modo di ricredermi.

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